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Inferno e paradiso

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Immagine di "icheinfach" da Pixabay Un boato irruppe nell’aria, impregnandola per un attimo di ioni, e una carica elettrostatica si diffuse rapidamente, scemando in pochi istanti. Dan sbuffò e sollevò il bavero del soprabito di pelle, che la faceva sembrare un’ombra in quel che restava della via principale della città. I capelli corvini le sfioravano le spalle, ricadendo davanti il viso, coprendolo per una buona metà, lasciando in mostra solo il lato destro. La pelle chiara creava un contrasto evidente nella figura che avanzava con passo sicuro e senza alcuna fretta, incurante di calpestare i resti della distruzione ancora sparsi in giro, con una leggerezza che la rendeva silenziosa come un gatto. Sembrava non accorgersi neppure dei calcinacci e i rottami metallici, con lo sguardo freddo e tagliente puntato dritto avanti a sé, il cui colore richiamava il cielo nelle sue giornate migliori: un grigio glaciale. Non era quello il caso, dato che sopra la sua testa svetta...

Il Custode

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Il giorno volgeva al termine, il crepuscolo vedeva finalmente la fine degli scontri sulla piana ai piedi del monte sacro e Khaen risaliva il pendio ormai solo. Avevano fermato l’avanzata degli uomini dell’ovest a caro prezzo, ma non importava: tutto ciò che contava era aver protetto il loro tesoro. A quello miravano, ignari che fosse qualcosa che non poteva essere rubato, ma solo profanato e distrutto. Non lo avrebbe mai permesso, aveva prestato fede al suo giuramento e ora si trascinava lungo il pendio a fatica, la spada affondava nel terreno umido sorreggendolo, perché voleva vederlo un’ultima volta. Sollevò lo sguardo, il viso coperto di terra e sangue, quello dei nemici e il proprio, l’occhio destro era gonfio e la palpebra quasi completamente chiusa, con una profonda ferita sulla tempia che non smetteva di sanguinare, tingendo di rosso le rocce sempre più vicine. La morte lo aveva sempre accompagnato e la sentì camminare al suo fianco anche in quell’ultimo viaggio. Sorrise pen...

Ricordi

Cosa ricordo di quella sera? Il cielo terso di una notte di Dicembre, nessuna nuvola, nessuna luna, solo una moltitudine infinita di stelle che sfavillavano come diamanti su una seta nera. Il gelo pungente mi spinse a infilarmi nel pub di Roberto. Erano mesi che non uscivo se non per andare al lavoro, mesi che non mi facevo vedere per non dover dare spiegazioni, tuttavia quella sera avevo indossato la gonna lunga nera e un paio di anfibi, non me ne fregava nulla, non cambiai neppure la camicia del lavoro, in fondo era in tinta: tutto il mio guardaroba lo era e non correvo il rischio di sbagliare abbinamento. Era pieno come ogni weekend, per cui mi bastò una rapida occhiata per decidere di fermarmi al bancone. «Ehi Dee, quanto tempo!» La voce calda e armoniosa dell'uomo dietro al bancone mi accolse prontamente, rammentandomi come tutti mi chiamassero così fuori dall'ufficio. Due vite, due nomi, due donne: io. «Ciao Roby.» lo ricambiai con un sorriso. Lo studiai un...

Amore mortale

Il cigolio della porta annunciò il suo arrivo nel grande salone, un tempo cuore pulsante del locale più chiacchierato di quel quartiere altolocato , anzi, dell'intera colonia. Gli occhi scandagliarono rapidi la sala, soffermandosi un istante sul pianoforte a mezza coda bianco, così simile a una donna sensuale e ammiccante, nonostante l'età di entrambi. Sogghignò a quel pensiero: in fondo lei poteva vantare meno polvere addosso di quel vecchio cimelio. «Star-Lust.» scandì il nome, che ancora si leggeva sul fondo della scenografia, una voce calda e graffiante, riecheggiando tra le pareti del locale «Sei più stella o più…» Lo sguardo della donna saettò al bancone che s'apriva alla sua sinistra, posandosi sul giovane uomo dal volto perfetto e con l'incarnato tanto chiaro da conferirgli un aspetto quasi etereo, o angelico avrebbero pensato un tempo. «La luna è un satellite, per cui un pianeta, i paragoni col mio nome sono superficiali. Come mai mi hai fatto v...

Amanti dannati

Il frastuono della città era solo un ricordo ormai, un lontano eco nella mia mente, che si perdeva nel riflesso di una pallida luna . «A cosa stai pensando?» La voce calda e profonda di Sebastiano mi riportò alla realtà con sensualità. Un brivido mi risalì la schiena, mentre lasciava scorrere delicatamente i petali di una rosa lungo il mio braccio. Restai a guardare la sua immagine riflessa nel vetro come qualcosa di irreale, ma in fondo lo era. «Sarà mai qualcosa più di attimi rubati e baci proibiti?» gli chiesi con un filo di voce, chinando il capo. Cercai di respirare a fondo e di trattenere le lacrime : non volevo piangere di nuovo. Eppure ogni volta era più difficile e il pensiero potesse essere l'ultima era sempre più straziante. «Cosa vorresti che facessi?» mi sussurrò sfiorandomi l'orecchio. «Non lo so.» «Non mentire, Sara.» «Potresti almeno fingere di non leggermi come fossi un libro aperto.» Le sua bocca scorse il mio collo e con l'altro brac...